

L’ediliza economica e popolare è generalmente connessa, nell’opinione comune, a un’immagine negativa dell’abitare, segnata da un degrado diffuso, di natura spaziale e sociale. All’entusiasmo dei beneficiari per le operazioni promosse dagli istituti di promozione dell’edilizia residenziale pubblica in tutta Europa, è seguita sovente la delusione per la qualità dello stile di vita che era stato offerto. Il quartiere popolare è stato quindi percepito come un contesto da cui escogitare una fuga o nel quale rassegnarsi alla povertà paralizzante e all’invisibilità sociale.
La ricerca sociologica che ha indagato sui quartieri di edilizia pubblica ha inoltre rilevato problemi di criminalità, commercio di droga e conseguente vulnerabilità urbana, risultanti dalla emarginazione degli insediamenti dal contesto – e dal concetto – della città. Il fallimento è imputato, più che al progetto architettonico, alle soluzioni urbanistiche adottate e alla qualità del processo di realizzazione, che spesso si è interrotto in seguito alla costruzione degli edifici, lasciando incompiuti gli spazi esterni e quelli destinati a servizi. Il disagio relativo all’edilizia pubblica è esacerbato dalle caratteristiche socio-economiche degli attuali abitanti – e richiedenti –, differenti da quelle della popolazione per cui era stato ideato il prototipo di edilizia sociale. Di fatto sono aumentati i fenomeni di esclusione sociale dovuti alla crescente percentuale di disoccupazione che determina difficoltà economiche e senso di frustrazione.
Il problema dell’alloggio popolare è una questione sociale che può, come ha già fatto, generare effetti perversi, se non gestita adeguatamente: la concentrazione spaziale di una popolazione socialmente omogenea, e sempre più spesso in conflitto per l’eterogeneità culturale, determina negli abitanti la percezione di uno stigma sociale, che può esasperare lo scontento già trasmesso dal contesto costruito o provocare risposte violente.
L’insufficienza pubblica nella gestione degli spazi urbani amplifica il senso di abbandono e di degrado, alimentando un circolo vizioso di non rispetto delle regole di convivenza che condiziona i comportamenti degli abitanti stessi, con il conseguente ed ovvio peggioramento progressivo della situazione. La riluttanza e l’insofferenza crescente nei confronti dei propri vicini, dai quali ci si scherma sentendosi eccessivamente esposti, porta alla segregazione forzata nelle proprie mura invece che alla generazione di un contesto dinamico e condiviso di quartiere.
Per invertire la direzione di crisi in cui vertono le periferie, risulta quindi di cruciale importanza la soluzione dei problemi di interazione tra abitanti e contesto e tra abitanti stessi; negli ultimi anni sono stati proposti dei modelli alternativi di gestione in grado di incrementare la possibilità del dialogo costruttivo tra vicini, alimentando anche l’economia collaborativa, più nota come sharing economy.












