



Una delle cause per cui i progetti di cohousing restano oggi limitati prevalentemente a pochi gruppi già intenzionati è riscontrabile nella scarsa diffusione mediatica del fenomeno. Nelle città dove questo è argomento di discussione e promozione a livello amministrativo, si registra invece una quantità maggiore e sempre in crescita di casi in cui è applicato il modello dell’abitare collaborativo. La strategia di bandire dei concorsi pubblici che prendono in esame alcune porzioni selezionate di patrimonio pubblico per la realizzazione di tali progetti assume quindi una doppia valenza: da un lato coinvolge infatti tutti i soggetti già sensibili al tema, chiamati a proporre delle soluzioni per aggiudicarsi il lotto, dall’altro ne estende la conoscenza ad un pubblico più vasto, stimolando anche la fiducia verso una tipologia che è considerata destinata solo a determinati gruppi ed estranea alla normalità della quotidianità.
La formula del concorso pubblico è sicuramente una delle più efficaci che le città possono attuare per favorire la diffusione del fenomeno. La scelta delle parcelle pubbliche da destinare alla competizione permette di veicolare capillarmente le forme di abitare partecipativo in differenti contesti urbani, con scopi che possono variare dal completamento di un tessuto compatto alla densificazione di quartieri di espansione. Anche qui il valore dell’operazione si pone su due livelli: mentre si genera un’offerta variegata di soluzioni spaziali – l’insediamento nella città consolidata comporta dei vincoli e delle caratteristiche differenti rispetto a quello in un contesto meno denso – si permette al fenomeno di diffondersi e agire su sedimi diversificati, estendendo i luoghi che potranno confrontarsi con l’esperienza tangibile di un modello ancora solo vagamente conosciuto e scarsamente adottato.
