ACCOGLIENZA TEMPORANEA

Il discorso sull’accoglienza e quello sull’emergenza residenziale, sembrano oggi indissolubilmente legati a quella che comunemente è definita “emergenza migratoria”, ma che appare sempre più una realtà non transitoria ma strutturale, dalle cause e ricadute di portata planetaria. In questo ambito la classificazione dei soggetti è il primo passo a monte di tutte le strategie di tipo operativo messe in campo. Quest’azione imprescindibile a livello amministrativo, finisce inevitabilmente col definire luoghi dalle precise caratteristiche: il sistema di accoglienza nel nostro paese si configura ad esempio, dal punto di vista spaziale,quale diretta ricaduta delle distinzioni operate a monte, in base allo status dell’individuo e ai connessi diritti che può o meno vantare.

Non è purtroppo concezione diffusa che la localizzazione e la qualità dei luoghi deputati all’ospitalità, indipendentemente dallo stato di diritto di coloro che si trovano a usufruirne, siano una componente essenziale nell’erogazione di un servizio che possa essere, ad ognuno dei livelli considerati, effettivamente, e non solo nominalmente, accogliente. Salubrità, comfort, funzionalità e bellezza, come valori ricercati ed ambiti nel vivere privato, dovrebbero essere a maggior ragione assicurati in quei luoghi collettivamente preposti ad insediare coloro che al vivere privato non possono, momentaneamente o permanentemente, accedere.

Un approccio spaziale alla questione, molto probabilmente non del tutto risolutivo, sarebbe comunque efficace per superare l’idea che i luoghi per l’accoglienza debbano essere esclusivi, indirizzati cioè a ben definite e circoscritte categorie di fruitori, finendo, ironia della sorte, con l’essere escludenti.

Il sistema dell’accoglienza (pubblico) appare inadeguato ad assolvere la sua funzione, anzi si dimostra spesso in grado di accentuare fenomeni di esclusione e segregazione e di inasprire il conflitto sociale. In questo contesto generale possiamo ancora rintracciare esperienze che confermano come l’opportuno insediamento di strutture per l’accoglienza non solo rappresenti il mezzo per fornire un supporto adeguato e dignitoso in materia di emergenza abitativa, ma possa innescare sviluppi virtuosi nel panorama urbano, attivare ambiti dismessi, favorire dinamiche sociali di tipo collaborativo .

Con ciò non si vuole sostenere che l’appianamento di problematiche ampie e complesse quali la ricezione dei migranti, il sostegno ai senza tetto, l’esclusione e ghettizzazione di individui su base etnica, possa risiedere esclusivamente in soluzioni spaziali. E’ innegabile però che l’apporto della disciplina al miglioramento delle condizioni alloggiative emergenziali sia tanto necessario quanto auspicabile.

La cura dello spazio costruito, infatti, dall’edificio all’ambiente urbano, è inconfutabilmente uno dei mezzi più efficaci per veicolare e rendere effettiva una condotta (personale, sociale, giuridica, amministrativa e politica) finalizzata alla cura dell’individuo.

Gli interventi a cui di seguito si rimanda, presenti in atlante, sono stati individuati quali esemplificazione di come gli spazi transitori di accoglienza possano rappresentare un campo di sperimentazione e di prova per l’abitare collaborativo e a basso costo.

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